Guardabosone Artisti Pioneri IV e Arte nell’Orto Botanico. Inaugurazione
Sabato 27 luglio, a Guardabosone, è stata presentata la IV Edizione di Artisti Pionieri, con l’apertura della mostra dedicata ai dieci nuovi Artisti del Progetto, ciascuno dei quali ha donato lavori originali ed evocativi, contribuendo ad ampliare un programma più vasto di arte diffusa.
Prima di mettersi in cammino alla scoperta delle nuove opere, nel giardino attiguo al Museo Parrocchiale - aperto per l’occasione, così come tutte le altre istituzioni museali e le chiese - sono stati presentati gli artisti ed illustrato il contenuto della mostra temporanea delle loro opere, allestita nei due piani della ex Casa Parrocchiale.
Pittura, scultura, installazioni in dialogo costante, ma sommesso, senza interferire con l’ambiente, integrandosi, richiamando gli sguardi dei visitatori in modo discreto, in un percorso emozionale attraverso il paese.
Dopo il saluto del Sindaco, Leonardo De Rienzo, che condivide e sostiene l’iniziativa, Nicole Bosco, il Sindaco precedente, ha ricordato gli esordi di Artisti Pionieri al tempo del Covid: “Se non si può entrare, porteremo fuori arte e bellezza”. Per i primi sei artisti pionieri: Filippo Armenise, Fabio Nicola, Ireneo Passera, Piero Motta, Dino Damiani e Jacopo de Dominici, fu davvero una sfida. I risultati furono incoraggianti e anche l’accoglienza, all’inizio un po’ diffidente degli abitanti del paese, si trasformò in un entusiastico consenso: “Oggi le opere vivono da anni con noi, fanno parte del bello quotidiano, aprendo finestre sul mondo”.
Cesare Locca, anima, cuore e braccio del progetto, ha ringraziato tutti i suoi collaboratori e Franco Grosso, che ha creato la segnaletica indicativa lungo i vari percorsi. Rivolgendosi poi agli artisti di questa edizione e all’Associazione torinese “Ponte per l’arte”, con la quale è stata avviata una nuova e proficua collaborazione, ha commentato: “Tutti insieme abbiamo creduto e crediamo in questo progetto, dando fiducia alle potenzialità di un paese di trecento anime. In questi anni sono nate nuove Amicizie e collaborazioni ed ognuno è cresciuto a contatto con la bellezza”.
Il percorso di presentazione è iniziato con Francesco De Pasquale, un Maestro dell’arte biellese contemporanea, che per Guardabosone ha realizzato un bassorilievo, posato su un muro di pietra, molto mimetico e discreto, con un particolare cemento da lui inventato, garantito contro le ingiurie del tempo: “Verso la meta” rappresenta un cavallo con in groppa una donna che indica un punto all’orizzonte, alludendo alle “mete” che ciascuno di noi si pone e cerca di raggiungere. Le due figure sono un omaggio alla grazia e alla femminilità, spesso calpestate, e alla fedeltà degli animali che vivono accanto all’uomo, che spesso li tradisce.
In un sottoportico, appartato ed ombroso, Enrica Pedretti, artista valsesiana, ha costruito la propria complessa installazione: “L'ultima conversazione" una riflessione profonda che invita a leggersi dentro senza il velo che l'inconscio pone come diaframma, mostrando l'adeguarsi ad un tempo che fugge, ponendo l'eterna domanda su ciò che avvenga, cadute le illusioni e frantumati gli specchi dell'apparire, quando si giunga alla concretezza dell'ascesa ad altra dimensione. Un antico assito di legno, accoglie due porte ed un pannello dipinto, elementi collegati da fili di canapa bianca e da nastri di seta viola, rievocando alcune stazioni della Via Crucis, metafora universale della dimensione umana.
Saba Najafi, artista iraniana, che vive e lavora a Milano, lo scorso anno, passeggiando per il paese, aveva trovato il posto adatto per una delle sue “pietre”: “Imported Memories”, memoria importata, una roccia realizzata con la cartapesta, impermeabilizzata per resistere all’esterno, spaccata dalla base, sospesa, che rappresenta il suo status di provvisorietà, di anima strappata dalle radici. Sulla superficie della pietra, in oro, utilizzando la lingua persiana, sono stati vergati brandelli di ricordi autobiografici, uniti ai nomi di un’altra vita.
Beatriz Basso, artista visiva brasiliana di origine italiana, ricerca la leggerezza attraverso la trasparenza, lavorando con i colori, creando forme organiche che si muovono come in una danza, ma per Guardabosone ha realizzato un grande acrilico su tela, che si intitola: “Memorie di una vita”, posto proprio accanto al Museo dei Mestieri, che ospita anche l’antica bottega del fabbro, che ha ricordato all’artista la professione di suo padre che lavorava il ferro. Storia e memoria si mescolano e si sovrappongono in sei strati di colore, stesi uno sopra l’altro sulla tela tessuta in casa dalle mani operose delle donne.
Monica Wolf e Damiana De Gaudenzi, Sisters soul, sorelle d’anima, due artiste unite da un profondo legame di amicizia, che si traduce in forme artistiche differenti ma complementari, hanno scelto di condividere uno spazio all’interno di un cortiletto. Monica, utilizzando alcune vecchie lastre da stampa, appartenute al padre, sulle quali gli anni hanno lasciato segni scuri “come i tempi in cui viviamo”, ha realizzato un’opera lineare, essenziale, Senza Titolo, illuminata da un frammento di plastica rossa catarifrangente. L’insieme può ricordare una croce, una T maiuscola, o una figura che apre le lunghe braccia, ma anche una camicia un po' irregolare, che riporta ad un periodo particolare nella storia dell’artista. I materiali, prevalentemente riciclati, “caricano” del loro contenuto metaforico l’opera.
Damiana De Gaudenzi utilizza anche lei materiali riciclati, come una vecchia latta che conteneva i pigmenti pittorici del nonno affrescatore, assemblandoli e ricomponendoli per la sua: “Cleft” Spaccatura, che può essere ricondotta sia ad un mondo interiore, intimista, all'anima che subisce ferite e lacerazioni, sia ad una lettura che riguarda l'esterno, la Natura che ci circonda, riferendosi al ritirarsi progressivo dei ghiacciai, che pare ormai inarrestabile.
Silvana Marra ha tradotto un racconto scritto ed ideato da Cesare Locca per i suoi nipoti: inventò la storia di un drago che pietrifica con lo sguardo e di due streghe Carmelenna e Rosamolla, ispirate a due figure femminili realmente vissute in una casa adiacente il luogo dove Silvana ha posizionato il suo tondo a bassorilievo, in cemento patinato con polvere di marmo: “C’era una volta a Guardabosone”, che nella sua circolarità ricostruisce la connessione con il passato e con il mito, tanto cari al suo cuore in cui pulsa l’anima della Magna Grecia e l’irrequietezza del viaggio e del nostos.
Il percorso degli Artisti Pionieri 2024 si è concluso con la salita all’Orto Botanico “Pier Carlo Bussi”, dominato dalla piramide di Cheope, una serra piramidale che funge da “catalizzatore” dell’energia cosmica e dal grande carpino che accoglie matrimoni civili, presentazioni di libri e concerti, per l’inaugurazione del progetto Arte nell’Orto Botanico.
Questo “Hortus Conclusus” spazio raccolto e privilegiato, è stato “scelto” dagli artisti che fanno parte dell’Associazione torinese: “Ponte per l’Arte”, che conta una cinquantina di soci, artisti professionisti, scultori e architetti. La Presidente, Carla Barovetti, ha ricordato come il contatto con Guardabosone sia nato proprio attraverso due artiste: Luisa Valentini, che aveva collaborato con Elena Radovix, autrice di un’opera per le passate edizioni e oggi organizzatrice di Arte nell’Orto Botanico. La proposta di partecipazione al progetto, formulata all’interno dell’Associazione, era stata accolta da una decina di artisti: per questa edizione sono state scelte tre opere, che nascono in sintonia con l’ambiente singolare che le ospita. Luisa Valentini ha parlato di “sorpresa” per le opere realizzate quest’anno: “L’arte ha bisogno di queste occasioni, deve arrivare alle persone in modo colloquiale, piuttosto che chiudersi nelle gallerie, bisogna lavorare con la natura”.
Marina Sasso percepisce la scultura come processo di decantazione della forma, dove permangono trasfigurati ricordi e memorie di natura. Per Guardabosone ha creato: “Luoghi”, un’opera simbolica, caratterizzata da una grande tensione per la verticalità, con un chiaro riferimento alla sacralità dello spazio invisibile dell’incontro tra artista, opera e visitatore: “Ferro, acciaio, pietra, piombo, rame, terracotta, sono protagonisti di una scultura che privilegia la costruzione, il contrasto materico, la frontalità”, calando nell’immanente un brandello di eternità composta e raccolta.
Tegi Canfari per la sua installazione: “Ascolto” ha utilizzato il tessuto non tessuto, chiamato anche velo della sposa, cucendo degli enormi amplificatori di voci, grandi “orecchi” sensibili a tutti i linguaggi, sostenuti da leggere armature in alluminio. Si tratta di opere volutamente deperibili, temporanee: “Oggi ho preso atto del fatto che l’arte può essere leggerezza e ho cominciato a utilizzare materiali diversi: sono gli alberi ad ascoltare le nostre voci, visto che spesso l’uomo si dimentica di ascoltarli”.
Gilda Brosio, ispirandosi all’epica migrazione delle Farfalle Monarca, dal Nord America al Messico, migliaia di chilometri che si consumano attraverso tre generazioni, simbolicamente associata al ritorno delle anime dei defunti, ha ideato una: “Porta della migrazione”, che si apre sull’orizzonte, “soglia” da oltrepassare per accedere ad una dimensione superiore. Tutti hanno voluto varcare quella porta per ascoltarne l’effetto benefico, e non poteva essere altrimenti: aprendosi su un paesaggio davvero incantevole ed essendo nata da un’anima accogliente.
Al termine artisti, organizzatori e pubblico hanno partecipato ad un raffinato aperitivo-cenoiro, prolungando l’opportunità di scambiare opinioni e pensieri, dandosi appuntamento per il prossimo anno.
Piera Mazzone